mercredi 29 avril 2009

somiglianze


Ghirigori (indicando una donna su una rivista patinata) - Ecco, esteticamente questa è la mia donna ideale.

Sorella Ghirigori - Cioè, tale e quale a Valeria*, ma un po' più truccata.

Ghirigori - ...




*ex storica di Ghirigori, nonché principale causa dei suoi sensi di colpa e della sua depressione nel 2006-2007.

dimanche 26 avril 2009

l'hobby del paradosso #2

qualche tempo fa ho pubblicato un post su una delle abitudini napoletane che, viste dall'esterno, possono sembrare quantomeno bizzarre. usando le parole di un amico di cui non ricordo l'identità, definii napoli una città con l'hobby del paradosso.
oggi vi parlo di un'altra di quelle abitudini.
a napoli, si sa, in motorino non è costume portare il casco. la ragione principale non è, secondo alcuni, il cronico disprezzo della legge, ma il fatto che il motorino è il mezzo più utilizzato da una fetta di adolescenti e giovani napoletani per posteggiare ragazze, per cui si ha bisogno, in primo luogo, di farsi vedere e, in secondo luogo, di poter parlare liberamente. c'è anche un'altra abitudine, a napoli, quella di superare l'omologazione consentita, per cui non di rado su una vespa si vedono tre persone invece di due o, in casi rari, anche cinque (vedi foto): ma non è di questo che voglio parlare.

dal momento che non portare il casco è una prassi comune, polizia e carabinieri non possono mettersi a fermare tutti coloro che vanno in giro in quelle condizioni: ci sarebbe da fermare la metà della popolazione della città, con gravi disagi al traffico; d'altra parte, sarebbe interessante dal punto di vista antropologico, dal momento che un fermo della polizia esalta al massimo le doti di contaballe del napoletano medio che, pur di non prendere una multa, riesce a inventare trame degne di borges (parlando di contaballe, come non citare un argentino!)

se, fin qui, il quadro non è molto diverso da quello di altre città italiane del sud, c'è però dell'altro, che merita un'analisi più profonda. circa una settimana fa, una mia amica, F., girava di notte dalle parti di Piazza Cavour in moto, col casco. vedendola, la polizia l'ha fermata e le ha chiesto i documenti.
"perché era donna e viviamo in un paese maschilista", diranno le femministe.
"perché la polizia ferma soltanto quelli che già sa che non gli creeranno problemi, mentre lascia andare gli altri", diranno i dietrologi (avendo in generale ragione, ma non in questo caso).



sorprendentemente per chi non è abituato alla realtà locale, la ragione reale è che quella donna andava in giro per una zona a forte presenza criminale con un casco integrale. e i caschi integrali, da quelle parti, li portano i killer della camorra, per poter sparare senza farsi riconoscere. l'anomalia era lei, in quel posto.
dopo averle controllato i documenti, quindi, l'hanno lasciata tornare a casa.
non sarà vero, ma a me piace pensare che uno dei poliziotti, prima di restituirle i documenti, avvicinandosi a lei, le abbia consigliato a voce bassa ma irritata di fare attenzione, la prossima volta, di mostrare un minimo di buon senso, e di togliersi dalla testa quel cazzo di casco.

samedi 25 avril 2009

tea leftovers

mercredi 15 avril 2009

confessione

lo confesso. negli ultimi anni sono stato perdutamente, follemente, e senza speranza innamorato di una donna.
d'accordo, sono stato innamorato di molte donne.
ok, è vero, sono anche facile all'infatuazione.
e va bene, va bene, la carne è debole eccetera eccetera, e sono anche sensibile ai piaceri della carne, ma questo ora non c'entra.
la prima volta che l'ho vista era il 2004, eravamo in auto, era vestita in nero, me la presentarono come la ragazza del mio probabile futuro tastierista. a quei tempi, anch'io ero in love per i fatti miei, e non le feci molto caso. mi dissero che cantava in un gruppo metal. una donna che cantava in un gruppo metal non era cosa di tutti i giorni, gli evanescence non esistevano ancora.
ad ogni modo, a quei tempi non l'ho mai sentita cantare.
dopo quel giorno, quasi per due anni non la vidi più. era il periodo dell'emigrazione, dopo qualche mese lasciai con dispiacere il gruppo per poi lasciare l'italia.
ci rivedemmo, per caso, a un concerto di un gruppo prog italiano, in una cittadina non lontano da napoli: lei era ancora la ragazza del mio ex-tastierista, non era più vestita di nero, scambiammo poche parole. era il 16 luglio 2006, io ero di ritorno da edimburgo, ancora ferito gravemente per la storia che si era conclusa quattro mesi prima, ed ero in partenza per barcellona dove, speravo, avrei iniziato un dottorato dimostrando a me stesso in primo luogo, e a chi creduto che stessi solo perdendo tempo in secondo luogo, che, anche partendo da un campo, si può arrivare a un altro che col primo non c'entra nulla.

lí, a quel concerto, la notai: la notai esteriormente, è ovvio, e ricordai che qualche mese prima il suo ragazzo e ormai mio amico mi aveva mandato una sua foto con un flash sparato in faccia, in cui avevo visto le sue labbra nature disegnate da una matita magistrale, il naso sottile e gli occhi quasi a mandorla che guardavano verso destra.
lei continuava a cantare, ma in un gruppo suo, e un giorno di stanca all'ostello in cui lavoravo a barcellona decisi di curiosare sulla sua pagina myspace. la descrizione che lei dava di se stessa era stupendamente autoironica, intelligente, witty, direbbero gli inglesi. e io ho il pessimo vizio d'innamorarmi di donne di cui ammiro lo stile nello scrivere. andò cosí anche per lei. iniziai a scriverle, tacendole ovviamente ciò che sentivo. e lei iniziò a non rispondere. io continuavo a scriverle, e lei a non rispondere. finché un giorno rispose. non ricordo quante volte lessi quella mail, ma decisi che la prima cosa che avrei fatto una volta tornato a napoli sarebbe stato incontrarla e parlarle.
ma le cose cambiano in fretta, quando si è giovani, e a volte troppo in fretta. cosí, al mio ritorno a napoli trovai il tastierista sprofondato nell'afflizione, la coppia scoppiata, il gruppo sgruppato. per farla breve, lui era uscito dal gruppo per diverbi musical-caratteriali con il chitarrista, e lei proprio con il chitarrista era andata a finire.
c'incontrammo, in effetti, parlammo, e mi scoprii sempre più interessato a lei. e sempre fottutamente in ritardo sui tempi. iniziai a pensare che, se anche avessi avuto più tempismo, le cose non sarebbero cambiate, e che forse la fine della sua precedente relazione era direttamente correlata con l'inizio della nuova, e me ne feci una ragione.
nel frattempo lei continuava a cantare, io ero tornato a barcellona e lei mi aveva mandato i suoi testi in inglese perché glieli correggessi, mi aveva anche mandato il suo disco a barcellona, e l'avevo ascoltato con estremo piacere, non solo perché era suo, ma anche perché mi sembrava un bel disco, e la sua una gran bella voce. dall'ascoltare la sua musica a metterla in radio a barcellona il passo fu breve: una sera, nel mio miniprogramma, misi un pezzo di giovanni bloch (la cui figura sarebbe poi indirettamente tornata nella mia vita qualche anno dopo), uno dei tricatiempo, e un pezzo suo, quello che più mi aveva colpito. una prova d'amore? no, un omaggio alle sue qualità.
poi trovò un'etichetta, e cominciò a cantare con vari gruppi, oltre che con il suo, in varie parti d'italia, e poi in francia. e io lí, a seguirla da lontano. ogni tanto ci sentiamo, credo che lei abbia capito, anche perché io, tranne che con lei, non so tenere a freno la lingua, e vado esternando le mie idee sconvenienti ai miei amici, che poi sono pure suoi amici, nonché amici del suo ragazzo, che poi è amico mio (o almeno continuerà ad esserlo finché non leggerà questo post, cosí come pure il mio ex-tastierista). oltre ad esternarle sul blog, cosa ancora più stupida. ma credo che, se mai ho fatto una valutazione corretta nella mia vita, è stata proprio quella di farmi da parte con lei, di rinunciare all'impossibile e di accontentarmi di essere in contatto con lei da lontano.

continuerò a descriverla, ad ammirarla, a seguire la sua carriera di cantante e i suoi progetti artistici, forse le scatterò qualche foto (gliel'ho sempre promesso, ma mi sono sempre tirato indietro all'ultimo secondo con scuse poco credibili, chissà perché), forse parlerò con lei ogni tanto, o mi limiterò a godere del suo sorriso, dei motti di spirito, della sua strana risata, della sua positività, dei suoi occhi quasi a mandorla, e delle sue labbra disegnate da una matita magistrale.

lundi 13 avril 2009

'a maronna 'e ll'arc

l'arrivo della primavera... esistono dei segnali che la natura dà, e che fanno rendere conto all'uomo, in maniera inequivocabile, che è cominciato il risveglio. in svezia, ricordo, il ghiaccio cominciava a sciogliersi alla metà di aprile, e le gemme a inverdire lentamente i rami degli alberi per metà marroni e per metà bianchi. a napoli, dove le stagioni non sono poi cosí diverse l'una dall'altra, nei diciassette anni in cui ho vissuto nella casa che fu di mia nonna un tempo, non erano i segnali della natura ad annunciare l'arrivo della bella stagione: ogni domenica mattina, ogni maledetta domenica mattina, da marzo in poi, un unico grido, sempre uguale, preceduto o seguito dalla fanfara, mi svegliava dal più profondo dei sonni. il grido, scandito da voce maschile, in saliscendi, era amaronnellaaarc!, e per me significava - e significa tuttora - primavera. i devoti della madonna dell'arco, 'a maronna 'e ll'arc in napoletano, vestiti interamente di bianco, con una cintura rossa e una fascia azzurra in diagonale sul petto con l'effige della vergine col bambino, passavano sotto i balconi del mio quartiere chiedendo alla gente di gettare una moneta dalla finestra, per la madonna dell'arco.

spesso, la mia reazione a quel grido non deve aver fatto piacere alla madonna dell'arco, non soltanto per l'ovvia profusione di bestemmie a cui mi lasciavo andare quando, con le occhiaie di quattro ore di sonno, ero costretto ad alzarmi e ad iniziare troppo presto l'unica giornata di riposo dalla scuola o dall'università (avevo corsi anche il sabato, sí); ma anche perché più di una volta mi svegliavo con tanta generosità in me da pensare di lanciare dalla finestra non una monetina sola, ma un intero pacchetto di monete da cinquanta lire, che il portinaio dava ai condomini in pratici cilindretti da trenta e che anche dal secondo piano possono fare molto male, se gettate con forza. alla fine, ci ripensavo e non le lanciavo. poi, però, sono diventato ateo, anticlericale e mi sono iscritto all'uaar.

da bravo figlio di borghese di sinistra moderata - uso il singolare perché a mia madre sarebbe andato bene anche mastella, però mio nonno votava comunista, mio zio era in lotta continua, e mio padre è di centrosinistra, e quindi lei si accodava -, e da bravo aspirante scienziato, fino a prima di emigrare in spagna ho sempre considerato qualunque manifestazione popolare legata a temi religiosi come una dichiarazione patente dell'ignoranza del popolino, del misticismo superstizioso, e dell'antilluminismo reazionario sanfedista, e per questo ho sempre disertato con disdegno feste di madonne e santi e cristi vari, tranne la festa dei gigli di nola, vicino napoli, a cui in ogni modo partecipai soltanto nel 2005.

poi, senza farla troppo lunga, sono stato in spagna, ho iniziato a fotografare le feste popolari catalane, e in seguito di mezza spagna, e il contatto con quei popoli cosí attaccati alle loro radici mi ha fatto scoprire quelle della mia terra. una cosa tira l'altra, e oggi mi trovavo a sant'anastasia (che si legge anastasía, cosí come afragola si legge afragòla, ditelo ai telegiornalisti), provincia di napoli, dove risiede il santuario della madonna dell'arco. la leggenda legata al santuario e alla madonna ve le risparmio - se v'interessa, le trovate su questo sito -, e vi racconto le mie impressioni.

fin da prima dell'ingresso in paese, dall'auto su cui sono con amici e conoscenti, si vedono colonne di devoti che si dirigono in disordine, camminando sul ciglio della strada, verso sant'anastasia, portando stendardi di fattura più o meno pregevole attaccati alla cintola, da cui fuoriesce un cilindro di metallo che funge da porta-asta, e sulle spalle enormi ceri bianchi o giallognoli.

se la via che porta al successo è lastricata di compromessi, quella che porta alla madonna dell'arco è invece intasata da bancarelle di natura mangereccia e plastichereccia, ed effluvi di pizze fritte in olio abbondante e salsicce aperte in due e impietosamente piastrate si mescolano sinesteticamente a canzoni napoletane, a nek e a pupo, e a trenini verdi rossi e gialli, animali di pezza verdi rossi e gialli, caramelle verdi rosse e gialle cosí piene di coloranti che sento bambini che in lacrime implorano le madri di comprargli dell'E210 o almeno dell'E213.

superato lo sbarramento di vivande e giocattoli, al santuario c'è folla, ma meno di quanto temessi: entriamo nel chiostro, inaspettatamente bianco e ordinato, e passiamo da una stanza all'altra, ammirando i dipinti naïf di cui le pareti sono ricoperte; il sapore di tutti quei colori vivaci, quelle figure disegnate con tratti grossolani e rozzi mi fanno pensare al centroamerica, a rivera, alla kahlo, e anche a dei quadri che vidi con grande sorpresa anni fa in una chiesetta in lapponia. i soggetti si somigliano: uomini che cadono da palazzi in costruzione, incidenti stradali, stanze d'ospedale (ne vedo almeno dieci uguali, e maligno che esistano pittori specializzati in ex-voto); poi gli ex-voto più vecchi, semplici lastre di pietra 'per grazia ricevuta', nome, anno.

chiediamo informazioni a un prete, che ci rimprovera in modo piuttosto poco simpatico di non esserci informati prima: in quel momento, mi vengono almeno sette risposte poco carine da potergli dare, e capisco da dove origina il mio connaturato sarcasmo.
l'ingresso del santuario è libero, entro con gli altri. le due navate laterali sono affollate di gente, che guarda verso il centro; io, che certo non sono alto, ma nemmeno più basso della media dei presenti, non riesco a capire: al centro della navata principale non c'è niente. guardo meglio: non è che non ci sia niente, è che la gente, i devoti, sono in ginocchio e si trascinano ginocchioni (una di quelle parole che si sentono nominare solo nelle liste dei complementi di modo alle elementari, e che nessuno si sogna di usare) verso l'altare. un uomo brizzolato dai capelli scarmigliati cerca di spiegare a un giovane messicano, scarmigliato anche lui ma dai capelli neri, cosa si stia svolgendo davanti ai loro occhi, e il messicano risponde che nel suo paese è uguale. io comincio ad avvertire dei brividi, poi urla di donne risuonano improvvisamente nel santuario, poi uno degli uomini in ginocchio sviene, volto a terra, e uomini in divisa arancione lo soccorrono a suon di ceffoni, finché non si risveglia dopo un tempo che a me sembra lunghissimo. altre urla, pianti, m'iniziano a pizzicare le narici. ingoio. esco.

esco e penso, e parlo, e mi chiedo cosa sarebbe se tutto questo non ci fosse, se tutti fossero atei o almeno se limitassero alla vita privata il loro sentimento religioso, come in svezia. mi chiedo quanto di pagano ci sia in queste feste, e quanto di cattolico, perché immagini del genere, in italia del nord, non si vedono neppure in veneto. mi chiedo se per diventare meno fatalisti, meno superstiziosi, meno oscurantisti, il prezzo da pagare sia perdere la cultura popolare, come in francia, come in europa del nord. eppure, so di famiglie atee e anticlericali che ogni anno partecipano a cerimonie analoghe a quella che sto descrivendo, e lo fanno per tradizione. ma allora la cultura popolare non si trasformerà forse in folklore?

non conosco la risposta a questo interrogativo, ma il pensiero che quest'insieme caotico di sentimenti estremi, di questa esteriorizzazione comunitaria degli aspetti di gioia e dolore della vita, che accomuna il sud d'italia al sud della spagna e al nord dell'africa, e che forse è uno dei tratti che caratterizzano le genti del mediterraneo; il pensiero che questa realtà parallela, che da poco ho scoperto e che mi affascina, possa sparire, mi fa tremare anche nel mio ateismo conclamato e convinto. ho anche pensato che il mio timore sia un tratto dopotutto borghese, perché, nel momento in cui non ci fossero più devoti piangenti e tutti avessero raggiunto la piena conoscenza illuministica, il sentimento inconscio e gratuito di superiorità sul proletariato che caratterizza la classe sociale della mia famiglia - e quindi, finora, la mia - non avrebbe più ragion d'essere. non so, mi sembra che il retropensiero psico-marxista, in questo caso, regga poco.

sulle due ali del santuario, è uno schieramento di truppe: file orizzontali di gonfaloni si allineano a destra e a sinistra, per centinaia di metri. uomini e donne di qualunque età aspettano sotto un cielo coperto di poter entrare in chiesa: ci riusciranno soltanto a pomeriggio inoltrato, e nel frattempo parlano fumano ridono, alcuni a piedi nudi, mangiano panini salsicce e peperoni o salsicce e friarielli - che è la verdura che quando fuori napoli chiedono cos'è, non si sa mai rispondere.

per quanto ci riguarda, che aspettino pure, noi ci trasferiamo in blocco su una salita di ciottoli sconquassati, tra i quali l'erba cresce liberamente, e su cui gruppi di persone, detti ronde, riescono inspiegabilmente a ballare tammurriate (qui trovate anche un pessimo midi audio) e tarantelle. rivedo per caso amici tornati da altre parti d'italia e d'europa, o anche mai spostatisi di qui, ma con cui avevo perso i contatti dai tempi della scuola, e riesco a non intristirmi anche quando rivedo l'ex-coinquilina della mia ex storica.

si balla, si beve vino, sull'erba casatielli e bottiglie di vino rosso, nell'aria risuonano voci misolidie di uomini e scale napoletane, accompagnate dal clàcchete-clàcchete delle castagnette di legno grezzo e dai colpi sordi di mani gonfie e rosse sulle grosse tammorre i cui sonagli vibrano simpaticamente. vedo il volto del cantante, poi sparisce dietro una tammorra sollevata a riprendere il tempo, poi riappare in una vocale allungata. i corpi dei danzatori si avvicinano e si allontanano, sventolano i nastri rossi e verdi delle castagnette, le gambe della coppia s'intrecciano e le braccia si piegano nella figura.
io esprimo la mia gioia nei miei scatti, per qualche ora la solitudine che sento forte negli ultimi tempi svanisce, non ballo ma è come se lo facessi.

alla fine della discesa, alle porte del santuario, termina il momento della contrizione; scoppi improvvisi di nastri biancazzurri danno inizio alla festa, e le fanfare in lontananza si uniscono al ritmo della tammurriata. dozzine di uomini sollevano voluminose sculture di cartapesta in cui la madonna e gesucristo trionfano sul diavolo, e li fanno ondeggiare: a loro modo, danzano anche loro. e man mano, dopo la danza, guadagnano l'entrata del santuario.

è festa. suonano le tammorre, suonano le fanfare, un neonato in braccio alla madre suona un tricchebballacche, ballano i carri, balla mario, balla francesca, ma soprattutto balla giacomo, esibendosi in una danza dinamica e colorata che non si capisce bene, un gitano dal borsalino nero danza con un bastone in mano di fronte a una ragazza. nella folla si sente un grido. amaronnellaaarc! e mi viene improvvisamente sonno.

p.s. le foto della storia che vi ho raccontato potrete trovarle tra qualche giorno qui.

dimanche 12 avril 2009

ti accorgi che stai invecchiando (aforisma #16)

ti accorgi che stai invecchiando quando, vedendo un cartellone pubblicitario di un telefonino, capisci soltanto una delle otto caratteristiche per le quali dovresti volerlo comprare.

vendredi 10 avril 2009

l'amore è un gioco di parole (aforisma #15)

mi hai già spaccato il cuore, ora vedi di non spaccarmi i coglioni.

fotosciacallaggio o doverosa informazione?

eh sí, anche io col terremoto in abruzzo.
per porre una questione. in questi giorni mi è venuta l'idea di prendere un treno e andare in abruzzo a fare foto. perché?

primo, la causa documentativa: andare lí e riportarne testimonianze di prima mano.
secondo, la causa patriottica: perché, nonostante le mie idee federaliste, dopotutto l'italia è - per poco? per molto? - il paese in cui vivo, e a cui sono legato affettivamente.
terzo, la causa archivistica: quante più persone posseggono documenti riguardanti un evento, tanto più è difficile che questo sia dimenticato nel tempo. pensate se qualcuno avesse scattato una fotografia dell'onda che sommerse longarone e paesi limitrofi quando ci fu il disastro del vajont. io mi sono sempre chiesto quale dovesse essere la forma di quell'onda, e quale la sua dinamica.
quarto, la causa edonistico-partecipativa: poter dire: io c'ero, e ho dato una mano con le mie foto perché un gruppo di cittadini - i miei amici e conoscenti - sapesse.

dopo una prima analisi, però, hanno cominciato a sorgere dubbi. perché?

primo, il dubbio egoistico: arrivo io con la mia macchinetta, faccio scatti per qualche ora, poi riprendo un treno e torno a casa, perché dopotutto ho il master da portare avanti, e altri impegni.
secondo, il dubbio sensazionalistico: non sono mai stato coinvolto direttamente in una sciagura di portata statale: cavolo, posso mica perdere 'sto momento per capire che emozioni si provano!
terzo, il dubbio del fotosciacallaggio: prendere il dolore altrui e farne una figurina da mostrare in giro e, se mi va proprio bene, guadagnarci anche qualche soldo.
quarto, il dubbio finanziario: non è che mi paghino per fare un reportage, ché in quel caso sarei giustificato, lo farei per mestiere; vado lí per 'mio piacere personale' (è brutto chiamarlo in questo modo, ma cosí è).

eppure, forse, potrebbe avere ragione la mia amica alessandra: non importa il fatto in sé di andare o non andare, importa il modo in cui scatti, ciò che riesci a descrivere, ciò che riesci a trasmettere. il difficile è quello: non scadere nel dubbio gusto, nel lacrimevole, nel volgare. io non credo di avere qualità per riuscire nell'intento, per cui credo di aver fatto meglio a non andare. e se invece la sfida fosse stata provarci?

mardi 7 avril 2009

la signorina I (parte 3)

fu il secondo incontro con la signorina I, con Lila, a provocare nella mia mente una potente conflagrazione di Weltanschauung, le cui ripercussioni si sarebbero poi estese a tutta la durata della nostra conoscenza.
Lila aveva poche idee, ma ben precise, e in un certo senso peculiari, più che per originalità, per l'interpretazione che lei stessa ne dava. alcune di queste idee, a leggerle cosí, senza un preambolo esplicativo, potrebbero far pensare ad altre epoche storiche, ma io posso dirvi per certo che ogni eventuale vostra reminiscenza non sarà che un mero caso, dal momento che Lila era - ed era sempre stata - totalmente disinteressata a qualunque tipologia di pensiero politico o sociologico.
il primo caposaldo della filosofia di vita della signorina I era l''idea estetico-eugenetica': come ho già detto, Lila era pienamente cosciente della sua avvenenza, e del suo ascendente estetico sul genere maschile; oltre a questa considerazione, poi, c'era quella riguardante il suo istinto materno. il connubio di queste due idee l'aveva portata razionalmente alla formalizzazione cosciente di ciò che Charles Darwin descrive nell'Origine delle Specie riguardo agli animali (e quindi, anche all'uomo): cercare il partner che permetta di generare una prole con la più alta capacità di sopravvivenza.
ora, se è vero che l'uomo è un animale, è anche vero che, nel corso dell'evoluzione umana, si sono sviluppati canoni che gli hanno permesso di focalizzarsi anche su altri aspetti del potenziale partner. altrimenti, non si spiegherebbe come mai poeti, rocker e laureati in scienze dell'educazione (cioè, tre categorie piuttosto instabili lavorativamente, e quindi con poca fitness economica, e pertanto scarsa capacità di mantenere una prole) si accoppino ed abbiano in effetti discendenza.
per Lila, invece, no. per Lila, le cose per gli uomini erano semplici come per gli animali, e in questo suo modo di vedere mi sforzavo di vedere un relativismo zoocentrico, in cui l'uomo perdeva la sua posizione di predominio, assorbito nel mare magnum del regno animale.
insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, Lila cercava un bell'uomo. bello e punto. poi, magari, anche ricco; ma soprattutto, bello. un po', è innegabile, per il suo piacere, ma soprattutto, lei diceva, per "migliorare la razza". lo diceva sorridendo, e sulle prime pensai che scherzasse; poi, frequentandola, capii che non scherzava affatto, e che la bellezza estetica era per lei al di sopra di qualunque altro parametro. una sorta di missione abbellitrice dell'umanità, un estetismo umanista era ciò che spingeva Lila a comportarsi cosí.
con uomini che non fossero propriamente degli adoni poteva magari andarci a letto, certo, ma per mettere su famiglia, un giorno, no.
un uomo bello, e molto dotato: credo che Lila sia stata l'unica bella donna ad avermi mai confessato questa sua predilezione; le altre, o non l'hanno mai fatto per pudore, o forse non ritenevano la superdotazione sessuale più necessaria di altre qualità.
"spesso almeno come il cartone di un rotolo di scottex", mi diceva ogni tanto, riferendosi alle sue dimensioni ideali.
quando ribattevo che, a ventun anni, era ancora in tempo per riuscire ad ambientarsi in senegal o in nigeria, sorrideva, e diceva che bastava andare a Palermo, riferendosi al suo scultore di un tempo.
eppure, indipendentemente dalla bellezza di un uomo, le piaceva sentirsi oggetto del desiderio di tutti gli uomini; degli artisti, in particolare: sperava che la sua figura sarebbe stata resa immortale prima o poi da qualcuno, com'era giusto che fosse. le piaceva che lo scultore le avesse dedicato un'opera, il musicista una canzone, il poeta un componimento, il fotografo uno scatto sensuale. gli artisti li usava, li portava a letto quando necessario, e riusciva a intrattenere con loro rapporti di comodo, volutamente superficiali, in modo da non inimicarseli né creare in loro troppe aspettative. una strategia tanto spontanea quanto geniale, un guinzaglio di seta che obbligava il variegato mondo maschile che la circondava a non potersi mai allontanare da lei più di quel tanto che lei voleva.
capitava che mi chiedesse consigli sull'uscire con l'uno o con l'altro, e che si preoccupasse delle aspettative che avrebbe creato, giacché era ovvio che un uomo che volesse uscire con lei e che non avesse in mente di portarsela a letto non era ancora stato inventato. "forse - mi diceva - farei meglio a non uscire con tizio, perché io ho come scopo il concerto; lui, di concertare su come scopo". cioè, non è che dicesse proprio cosí, ma questo era il senso.

samedi 4 avril 2009

stupidi scherzi della mente

ieri pomeriggio ho fatto la mia prima lezione di polacco con un erasmus che studia filologia classica a varsavia e che qui, per uno scherzo del destino, è stato sbattuto a giurisprudenza. è stata una lezione strana, in cui le prime nozioni della lingua slava si sono intrecciate a comparazioni e reminiscenze latine e greche. è stizzosamente soddisfacente capire che ricordo meglio due lingue che non prendo in mano da dieci anni, della materia in cui mi sono laureato cinque anni fa.

a seguito della lezione, la notte scorsa ho sognato di tenere mano nella mano, e di baciare, in una scena d'idillio silvestre, la prima e unica donna polacca di cui sia stato seriamente e lungamente innamorato, che da un anno è sposata con un suo conterraneo, e di cui ancora oggi ho una fototessera in bianco e nero dei suoi diciassette anni sotto il vetro della scrivania.

scherzi della mente. stupidi scherzi della mente.

jeudi 2 avril 2009

commosso

pensandoci bene, dopo il 2006, anno in cui ho versato più lacrime che nei 24 anni precedenti messi insieme, sono rimaste poche cose che riescono a commuovermi, anche se, magari, non fino alle lacrime.

- vedere film politici italiani degli anni '70 (tipo quelli di Rosi), o politici in genere, tipo anche siete días de enero, o la battaglia di algeri.
- leggere libri o guardare filmati su avvenimenti storici italiani dell'ultimo cinquantennio (ivi compreso blunotte)
- guardare film sui diritti umani/civili non rispettati, in cui sia coinvolta la chiesa cattolica (tipo mar adentro)
- gli spettacoli di paolini
- il documentario fermat's last theorem
- qualche cd di piano solo


a parte gli ultimi due, mi rendo conto che i casi restanti sono tutte manifestazioni dell'ingiustizia che ha regnato in questo paese dai tempi del dopoguerra, e che la mia commozione, dopotutto, altro non è che indignazione.

l'era dello strappo

quando avevo quindici anni, iniziai a leggere i periodici. alla stessa età, stanco e incazzato del fatto che, per trovare il sommario di panorama, dovessi prima scorrere venti pagine di pubblicità, decisi di applicare un metodo radicale: strappavo tutte le pagine che contenessero pubblicità su entrambe le facciate. alla fine, mi ritrovavo con un giornale spesso quanto un quotidiano. poi cominciai ad adottare la stessa tattica coi manifesti elettorali. sotto casa mia, e in tutto il mio quartiere, come del resto in tutta napoli, l'affissione abusiva in tempi di elezioni ragigunge i livelli che potete vedere in foto.


verso i vent'anni, quindi, iniziai a strappare qualunque manifesto elettorale attaccato ai muri del mio quartiere, di qualunque colore politico fosse: svolgevo quest'attività di solito verso le due-tre di notte, da solo o con la mia ragazza del tempo, con cui convididevo, tra le altre cose, il credo politico. alla fine dell'opera, restavano a terra chili e chili di carta, che prendevo e cestinavo. a volte lo strato era cosí spesso che facevo fatica a sollevarlo, c'erano poster su poster su poster su poster...

se, dopo le elezioni del 2004, non ho più strappato manifesti, è stato soltanto perché ho lasciato l'italia. quanto ai periodici, continuo ancora oggi, e non ci trovo niente di male. dal momento che l'unico motivo per cui i giornali sono pieni di pubblicità è che altrimenti non sarebbero pubblicati, e visto che della pubblicità ho un'opinione tutt'altro che alta, mi sarà permesso almeno di sfogarmi con la carta.
à mort la publicité!