l'arrivo della primavera... esistono dei segnali che la natura dà, e che fanno rendere conto all'uomo, in maniera inequivocabile, che è cominciato il risveglio. in svezia, ricordo, il ghiaccio cominciava a sciogliersi alla metà di aprile, e le gemme a inverdire lentamente i rami degli alberi per metà marroni e per metà bianchi. a napoli, dove le stagioni non sono poi cosí diverse l'una dall'altra, nei diciassette anni in cui ho vissuto nella casa che fu di mia nonna un tempo, non erano i segnali della natura ad annunciare l'arrivo della bella stagione: ogni domenica mattina, ogni maledetta domenica mattina, da marzo in poi, un unico grido, sempre uguale, preceduto o seguito dalla fanfara, mi svegliava dal più profondo dei sonni. il grido, scandito da voce maschile, in saliscendi, era
amaronnellaaarc!, e per me significava - e significa tuttora - primavera. i devoti della madonna dell'arco, 'a maronna 'e ll'arc in napoletano, vestiti interamente di bianco, con una cintura rossa e una fascia azzurra in diagonale sul petto con l'effige della vergine col bambino, passavano sotto i balconi del mio quartiere chiedendo alla gente di gettare una moneta dalla finestra, per la madonna dell'arco.
spesso, la mia reazione a quel grido non deve aver fatto piacere alla madonna dell'arco, non soltanto per l'ovvia profusione di bestemmie a cui mi lasciavo andare quando, con le occhiaie di quattro ore di sonno, ero costretto ad alzarmi e ad iniziare troppo presto l'unica giornata di riposo dalla scuola o dall'università (avevo corsi anche il sabato, sí); ma anche perché più di una volta mi svegliavo con tanta generosità in me da pensare di lanciare dalla finestra non una monetina sola, ma un intero pacchetto di monete da cinquanta lire, che il portinaio dava ai condomini in pratici cilindretti da trenta e che anche dal secondo piano possono fare molto male, se gettate con forza. alla fine, ci ripensavo e non le lanciavo. poi, però, sono diventato ateo, anticlericale e mi sono iscritto all'
uaar.
da bravo figlio di borghese di sinistra moderata - uso il singolare perché a mia madre sarebbe andato bene anche mastella, però mio nonno votava comunista, mio zio era in lotta continua, e mio padre è di centrosinistra, e quindi lei si accodava -, e da bravo aspirante scienziato, fino a prima di emigrare in spagna ho sempre considerato qualunque manifestazione popolare legata a temi religiosi come una dichiarazione patente dell'ignoranza del popolino, del misticismo superstizioso, e dell'antilluminismo reazionario sanfedista, e per questo ho sempre disertato con disdegno feste di madonne e santi e cristi vari, tranne la festa dei gigli di nola, vicino napoli, a cui in ogni modo partecipai soltanto nel 2005.
poi, senza farla troppo lunga, sono stato in spagna, ho iniziato a fotografare le feste popolari catalane, e in seguito di mezza spagna, e il contatto con quei popoli cosí attaccati alle loro radici mi ha fatto scoprire quelle della mia terra. una cosa tira l'altra, e oggi mi trovavo a sant'anastasia (che si legge anastasía, cosí come afragola si legge afragòla, ditelo ai telegiornalisti), provincia di napoli, dove risiede il santuario della madonna dell'arco. la leggenda legata al santuario e alla madonna ve le risparmio - se v'interessa, le trovate su
questo sito -, e vi racconto le mie impressioni.
fin da prima dell'ingresso in paese, dall'auto su cui sono con amici e conoscenti, si vedono colonne di devoti che si dirigono in disordine, camminando sul ciglio della strada, verso sant'anastasia, portando stendardi di fattura più o meno pregevole attaccati alla cintola, da cui fuoriesce un cilindro di metallo che funge da porta-asta, e sulle spalle enormi ceri bianchi o giallognoli.
se la via che porta al successo è lastricata di compromessi, quella che porta alla madonna dell'arco è invece intasata da bancarelle di natura mangereccia e plastichereccia, ed effluvi di pizze fritte in olio abbondante e salsicce aperte in due e impietosamente piastrate si mescolano sinesteticamente a canzoni napoletane, a nek e a pupo, e a trenini verdi rossi e gialli, animali di pezza verdi rossi e gialli, caramelle verdi rosse e gialle cosí piene di coloranti che sento bambini che in lacrime implorano le madri di comprargli dell'E210 o almeno dell'E213.
superato lo sbarramento di vivande e giocattoli, al santuario c'è folla, ma meno di quanto temessi: entriamo nel chiostro, inaspettatamente bianco e ordinato, e passiamo da una stanza all'altra, ammirando i dipinti naïf di cui le pareti sono ricoperte; il sapore di tutti quei colori vivaci, quelle figure disegnate con tratti grossolani e rozzi mi fanno pensare al centroamerica, a rivera, alla kahlo, e anche a dei quadri che vidi con grande sorpresa anni fa in una chiesetta in lapponia. i soggetti si somigliano: uomini che cadono da palazzi in costruzione, incidenti stradali, stanze d'ospedale (ne vedo almeno dieci uguali, e maligno che esistano pittori specializzati in ex-voto); poi gli ex-voto più vecchi, semplici lastre di pietra 'per grazia ricevuta', nome, anno.
chiediamo informazioni a un prete, che ci rimprovera in modo piuttosto poco simpatico di non esserci informati prima: in quel momento, mi vengono almeno sette risposte poco carine da potergli dare, e capisco da dove origina il mio connaturato sarcasmo.
l'ingresso del santuario è libero, entro con gli altri. le due navate laterali sono affollate di gente, che guarda verso il centro; io, che certo non sono alto, ma nemmeno più basso della media dei presenti, non riesco a capire: al centro della navata principale non c'è niente. guardo meglio: non è che non ci sia niente, è che la gente, i devoti, sono in ginocchio e si trascinano ginocchioni (una di quelle parole che si sentono nominare solo nelle liste dei complementi di modo alle elementari, e che nessuno si sogna di usare) verso l'altare. un uomo brizzolato dai capelli scarmigliati cerca di spiegare a un giovane messicano, scarmigliato anche lui ma dai capelli neri, cosa si stia svolgendo davanti ai loro occhi, e il messicano risponde che nel suo paese è uguale. io comincio ad avvertire dei brividi, poi urla di donne risuonano improvvisamente nel santuario, poi uno degli uomini in ginocchio sviene, volto a terra, e uomini in divisa arancione lo soccorrono a suon di ceffoni, finché non si risveglia dopo un tempo che a me sembra lunghissimo. altre urla, pianti, m'iniziano a pizzicare le narici. ingoio. esco.
esco e penso, e parlo, e mi chiedo cosa sarebbe se tutto questo non ci fosse, se tutti fossero atei o almeno se limitassero alla vita privata il loro sentimento religioso, come in svezia. mi chiedo quanto di pagano ci sia in queste feste, e quanto di cattolico, perché immagini del genere, in italia del nord, non si vedono neppure in veneto. mi chiedo se per diventare meno fatalisti, meno superstiziosi, meno oscurantisti, il prezzo da pagare sia perdere la cultura popolare, come in francia, come in europa del nord. eppure, so di famiglie atee e anticlericali che ogni anno partecipano a cerimonie analoghe a quella che sto descrivendo, e lo fanno per tradizione. ma allora la cultura popolare non si trasformerà forse in folklore?
non conosco la risposta a questo interrogativo, ma il pensiero che quest'insieme caotico di sentimenti estremi, di questa esteriorizzazione comunitaria degli aspetti di gioia e dolore della vita, che accomuna il sud d'italia al sud della spagna e al nord dell'africa, e che forse è uno dei tratti che caratterizzano le genti del mediterraneo; il pensiero che questa realtà parallela, che da poco ho scoperto e che mi affascina, possa sparire, mi fa tremare anche nel mio ateismo conclamato e convinto. ho anche pensato che il mio timore sia un tratto dopotutto borghese, perché, nel momento in cui non ci fossero più devoti piangenti e tutti avessero raggiunto la piena conoscenza illuministica, il sentimento inconscio e gratuito di superiorità sul proletariato che caratterizza la classe sociale della mia famiglia - e quindi, finora, la mia - non avrebbe più ragion d'essere. non so, mi sembra che il retropensiero psico-marxista, in questo caso, regga poco.
sulle due ali del santuario, è uno schieramento di truppe: file orizzontali di gonfaloni si allineano a destra e a sinistra, per centinaia di metri. uomini e donne di qualunque età aspettano sotto un cielo coperto di poter entrare in chiesa: ci riusciranno soltanto a pomeriggio inoltrato, e nel frattempo parlano fumano ridono, alcuni a piedi nudi, mangiano panini salsicce e peperoni o salsicce e
friarielli - che è la verdura che quando fuori napoli chiedono cos'è, non si sa mai rispondere.
per quanto ci riguarda, che aspettino pure, noi ci trasferiamo in blocco su una salita di ciottoli sconquassati, tra i quali l'erba cresce liberamente, e su cui gruppi di persone, detti ronde, riescono inspiegabilmente a ballare
tammurriate (qui trovate anche un pessimo midi audio) e tarantelle. rivedo per caso amici tornati da altre parti d'italia e d'europa, o anche mai spostatisi di qui, ma con cui avevo perso i contatti dai tempi della scuola, e riesco a non intristirmi anche quando rivedo l'ex-coinquilina della mia ex storica.
si balla, si beve vino, sull'erba
casatielli e bottiglie di vino rosso, nell'aria risuonano voci misolidie di uomini e scale napoletane, accompagnate dal clàcchete-clàcchete delle castagnette di legno grezzo e dai colpi sordi di mani gonfie e rosse sulle grosse tammorre i cui sonagli vibrano simpaticamente. vedo il volto del cantante, poi sparisce dietro una tammorra sollevata a riprendere il tempo, poi riappare in una vocale allungata. i corpi dei danzatori si avvicinano e si allontanano, sventolano i nastri rossi e verdi delle castagnette, le gambe della coppia s'intrecciano e le braccia si piegano nella figura.
io esprimo la mia gioia nei miei scatti, per qualche ora la solitudine che sento forte negli ultimi tempi svanisce, non ballo ma è come se lo facessi.
alla fine della discesa, alle porte del santuario, termina il momento della contrizione; scoppi improvvisi di nastri biancazzurri danno inizio alla festa, e le fanfare in lontananza si uniscono al ritmo della tammurriata. dozzine di uomini sollevano voluminose sculture di cartapesta in cui la madonna e gesucristo trionfano sul diavolo, e li fanno ondeggiare: a loro modo, danzano anche loro. e man mano, dopo la danza, guadagnano l'entrata del santuario.
è festa. suonano le tammorre, suonano le fanfare, un neonato in braccio alla madre suona un
tricchebballacche, ballano i carri, balla mario, balla francesca, ma soprattutto balla giacomo, esibendosi in una danza dinamica e colorata che non si capisce bene, un gitano dal borsalino nero danza con un bastone in mano di fronte a una ragazza. nella folla si sente un grido. amaronnellaaarc! e mi viene improvvisamente sonno.
p.s. le foto della storia che vi ho raccontato potrete trovarle tra qualche giorno
qui.