fallire con coscienza, partendo da una situazione ottimale, non è nella pratica qualcosa che tutti siano capaci di fare: ci vuole un'ottima dose di buona volontà, spirito di sacrificio, e noncuranza verso il giudizio degli altri.
qualità utili, certo, ma non sufficienti: purtroppo, infatti, è la logica stessa a mettersi contro chi coscientemente decide di fallire.
pensiamoci un attimo: se decido di voler fallire, posso riuscirci o meno. si verifica quindi, necessariamente, uno dei seguenti casi:
a) se non ci riesco, quindi se fallisco nell’impresa, alla fine sarò rimasto nella situazione di partenza, e non sarò fallito;
b) se, al contrario, ci riesco, ho avuto successo nell’impresa di fallire e, avendo avuto successo in qualcosa, di nuovo non posso dirmi fallito.
questo crea un circolo vizioso, da cui non ho ancora capito come uscire.
jeudi 26 novembre 2009
mercredi 18 novembre 2009
se ti piace la frutta: la chirimoya
dal momento che vivo a belleville, e che è pieno di fruttivendoli di mezzo mondo, ho deciso che è arrivato il momento di sperimentare i prodotti di Altrove. già qualche mese fa, passato davanti a una frutteria cinese, ero stato tentato di comprare un durian, o dei mangostani, qualche kumquat o, perché no, una chirimoya. poi ci avevo ripensato, e mi ero buttato su delle comuni pesche paraguayos, quelle schiacciate.
ma quando si dice il caso... quella frutteria è ora a due passi da casa mia, e una fermata era d'obbligo. così, mentre dalla strada arrivano suoni di clacson e trombette da stadio, poiché l'algeria si è appena qualificata ai mondiali e la gente festeggia (non a caso, algeria è l'anagramma di alegria), io inauguro una nuova rubrica, che ho intitolato con uno slogan che ricorderete di sicuro. il primo o la prima che indovina da quale pubblicità è preso il nome della rubrica, vince un alchechengio.
inauguro una rubrica e divoro, per l'appunto, una chirimoya, che in italiano si chiama annona, almeno in teoria, perché io, in italia, 'sto frutto non l'ho mai visto né sentito, e l'unica parola che associo ad 'annona' è 'prefetto'.
eppure, pare che la chirimoya sia coltivata anche in italia, in provincia di reggio calabria. qualcuno l'ha avvistata?
è fatta così.
(ph: www.flikcr.com/photos/jorgebarajona)
la consistenza è quella di una pera dura, il sapore tra un mango e una pera, ma la caratteristica più evidente, buccia verde squamata - ma non squamosa - a parte, è l'enorme numero di semi neri grandi come chicchi di mais: ne ho raccolti una trentina in un frutto grande quanto una mela. li userò per il giardino zen, o per le maracas. quando avrò l'uno o le altre. per sbucciare una chirimoya ci vuole un coltello, molta pazienza e un'apposita laurea. mangiarla con la buccia è un'alternativa.
un'alternativa stupida. la buccia è amarissima. il torsolo, praticamente, non esiste o, se esiste, devo averlo mangiato inavvertitamente.
vista la quantità di semi, comprando una chirimoya si può dare inizio, clima permettendo, a una piantagione. con i semi di una decina di chirimoye si mette su un business.
voto: 7
(ph: www.flickr.com/photos/nadiapeek)
ma quando si dice il caso... quella frutteria è ora a due passi da casa mia, e una fermata era d'obbligo. così, mentre dalla strada arrivano suoni di clacson e trombette da stadio, poiché l'algeria si è appena qualificata ai mondiali e la gente festeggia (non a caso, algeria è l'anagramma di alegria), io inauguro una nuova rubrica, che ho intitolato con uno slogan che ricorderete di sicuro. il primo o la prima che indovina da quale pubblicità è preso il nome della rubrica, vince un alchechengio.
inauguro una rubrica e divoro, per l'appunto, una chirimoya, che in italiano si chiama annona, almeno in teoria, perché io, in italia, 'sto frutto non l'ho mai visto né sentito, e l'unica parola che associo ad 'annona' è 'prefetto'.
eppure, pare che la chirimoya sia coltivata anche in italia, in provincia di reggio calabria. qualcuno l'ha avvistata?
è fatta così.
(ph: www.flikcr.com/photos/jorgebarajona)la consistenza è quella di una pera dura, il sapore tra un mango e una pera, ma la caratteristica più evidente, buccia verde squamata - ma non squamosa - a parte, è l'enorme numero di semi neri grandi come chicchi di mais: ne ho raccolti una trentina in un frutto grande quanto una mela. li userò per il giardino zen, o per le maracas. quando avrò l'uno o le altre. per sbucciare una chirimoya ci vuole un coltello, molta pazienza e un'apposita laurea. mangiarla con la buccia è un'alternativa.
un'alternativa stupida. la buccia è amarissima. il torsolo, praticamente, non esiste o, se esiste, devo averlo mangiato inavvertitamente.
vista la quantità di semi, comprando una chirimoya si può dare inizio, clima permettendo, a una piantagione. con i semi di una decina di chirimoye si mette su un business.
voto: 7
(ph: www.flickr.com/photos/nadiapeek)
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se ti piace la frutta
mardi 17 novembre 2009
con altri occhi (alla memoria di sergio de benedittis)
sergio mi chiamava 'il radicale', benché non abbia mai avuto simpatia per pannella e soci. sergio affibbiava a tutti dei nomignoli. ne ricordo due, quelli dei suoi più fedeli collaboratori al tempo in cui lo conobbi: 'mancino' e 'mitillocco'. ancora adesso non ricordo come si chiamino in realtà.
sergio aveva avuto un tumore, anni fa: al cervello. lo aveva chiamato lucio. era stato operato, e il tumore gliel'avevano asportato, ma qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto, e qualche tempo dopo sergio aveva scoperto di essere leucemico. altre cure, altri ospedali. l'avevo sentito l'ultima volta un anno fa, a ottobre: stavo per partire per londra, e sapevo che nigmafotografi, la sua creatura, aveva una sede anche lì. gli avevo chiesto il numero di una sua ex allieva, fotografa, che aveva fondato la sezione londinese. come stai, gli avevo chiesto. male, mi aveva risposto, in un tono che non lasciava trapelare nemmeno un'ombra di autocommiserazione.
ricordo benissimo le lezioni in camera oscura, l'odore acre degli acidi, l'emozione di aprire un rullino al buio completo, il primo sviluppo: rivelatore arresto fissaggio, poi il secondo, rivelatore arresto fissaggio. ricordo la prima fotografia che ho sviluppato: quartieri spagnoli, un ragazzino con le mani sul grasso ventre scoperto, steso su un motorino; alle spalle, un vecchio alza l'enorme mano in segno di saluto. bianco e nero, ilford delta 400. ho ancora l'astuccio di quel rullino nella mia bacheca dei ricordi, sommerso per metà dalla sabbia del sahara.
ricordo la sua stupenda ironia, le domeniche in giro a fare foto a cuma, all'anfiteatro flavio, alla solfatara, con il caldo della primavera inoltrata. il suo studio era una soffitta piena di oggetti assurdi: non che fosse fisicamente una soffitta, ma ne aveva lo stesso senso di magico e d'immaginifico.
non sono diventato un fotografo: è vero, ho esposto qualche volta, ma più per vanità che per altro. però, per quanto sia scontato dirlo, dopo quei pochi mesi con sergio ho cominciato a osservare ciò che mi circondava in modo differente dal passato; ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di narrare storie attraverso l'obiettivo, come lui mi aveva insegnato. quasi mai ci sono riuscito, credo, ma non ho smesso mai di provarci.
sergio se n'è andato oggi, e io sono altrove, e non potrò salutarlo. lascia, sparso per l'europa, un manipolo di fotografi e fotografe che lui ha formato, e io non posso che ringraziarlo di cuore per avermi dato nuovi occhi.
sergio aveva avuto un tumore, anni fa: al cervello. lo aveva chiamato lucio. era stato operato, e il tumore gliel'avevano asportato, ma qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto, e qualche tempo dopo sergio aveva scoperto di essere leucemico. altre cure, altri ospedali. l'avevo sentito l'ultima volta un anno fa, a ottobre: stavo per partire per londra, e sapevo che nigmafotografi, la sua creatura, aveva una sede anche lì. gli avevo chiesto il numero di una sua ex allieva, fotografa, che aveva fondato la sezione londinese. come stai, gli avevo chiesto. male, mi aveva risposto, in un tono che non lasciava trapelare nemmeno un'ombra di autocommiserazione.
ricordo benissimo le lezioni in camera oscura, l'odore acre degli acidi, l'emozione di aprire un rullino al buio completo, il primo sviluppo: rivelatore arresto fissaggio, poi il secondo, rivelatore arresto fissaggio. ricordo la prima fotografia che ho sviluppato: quartieri spagnoli, un ragazzino con le mani sul grasso ventre scoperto, steso su un motorino; alle spalle, un vecchio alza l'enorme mano in segno di saluto. bianco e nero, ilford delta 400. ho ancora l'astuccio di quel rullino nella mia bacheca dei ricordi, sommerso per metà dalla sabbia del sahara.
ricordo la sua stupenda ironia, le domeniche in giro a fare foto a cuma, all'anfiteatro flavio, alla solfatara, con il caldo della primavera inoltrata. il suo studio era una soffitta piena di oggetti assurdi: non che fosse fisicamente una soffitta, ma ne aveva lo stesso senso di magico e d'immaginifico.
non sono diventato un fotografo: è vero, ho esposto qualche volta, ma più per vanità che per altro. però, per quanto sia scontato dirlo, dopo quei pochi mesi con sergio ho cominciato a osservare ciò che mi circondava in modo differente dal passato; ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di narrare storie attraverso l'obiettivo, come lui mi aveva insegnato. quasi mai ci sono riuscito, credo, ma non ho smesso mai di provarci.
sergio se n'è andato oggi, e io sono altrove, e non potrò salutarlo. lascia, sparso per l'europa, un manipolo di fotografi e fotografe che lui ha formato, e io non posso che ringraziarlo di cuore per avermi dato nuovi occhi.
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frammenti d'autunno
dimanche 15 novembre 2009
accasa

intendiamoci subito: so bene che assolutizzare mentalmente il temporaneo è uno dei più grossi errori che si possano commettere, e che quindi, magari domani o tra un mese, situazioni analoghe a quelle che sto per descrivere genereranno in me sentimenti del tutto opposti. ma non è scritto da nessuna parte - tranne nelle opere di qualche stoico - che, nella coscienza della fuggevolezza del momento, non si possa gioire del presente.
sarà perché oggi ho messo per la prima volta piede in una casa di cui ho un contratto a mio nome; sarà perché è a belleville, uno dei miei quartieri-feticcio, covo di bobo e di migranti, nonché scenario di gran parte dei romanzi di quel pennac che una mia ex cercò invano di farmi piacere. sarà perché non trovando un supermercato aperto oggi, mi sono addentrato in un paio di minimarket orientali e mi sono sentito come un ragazzino al parco giochi, e ne sono uscito con una serie di articoli che, uscito di casa, non avevo la minima idea che avrei comprato (tipo caramelle allo zenzero, tè alla banana verde, spighette in umido...). sarà che ho conosciuto le due ragazze che abitano negli studio le cui porte sono a circa trenta centimetri e un metro rispettivamente dalla mia, e ne ho avuto un'ottima impressione; sarà che da domani finalmente potrò dedicare tutto il mio tempo allo studio, salvo uscite serali; sarà che la maggior parte dei miei amici abitano più o meno in zona, e non dovrò fare salti mortali o un'ora in bici per vederli; sarà che l'università in cui dottoravo a barcellona mi ha fatto arrivare un complemento di borsa che mi doveva dal marzo dell'anno scorso, e che con quei soldi potrò vivere circa cinque mesi qui (io mi aspettavo molto molto meno). sarà che c'è una donna, una ragazza, che mi dedica attezioni che da tempo non avevo, e stranamente non è un'isterica o, se lo è, lo nasconde bene. sarà che nella mia stanza c'è luce ovunque, ed è tutto talmente bianco che mi sembra di essere in 'Brazil'. saranno i rossi accesi e i gialli e i verdi delle piante autunnali nelle piazzette nascoste della città; sarà che ho a due passi place sainte marthe, candidata al titolo di piazza notturna preferita, come lo era plaça sant pere a barcellona.
sarà forse la somma di tutto ciò che ho appena scritto, ma una volta tanto non ho nulla di cui lamentarmi.
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jeudi 5 novembre 2009
8e, avec ascenseur
tre settimane di assenza dalla blogosfera, alla ricerca di un alloggio.
quasi un mese di permanenza, quattro case cambiate, tra amici e conoscenti, e in una delle quali sono ancora.
una ventina di monolocali (in francese, studio) visti, a volte in coda con altre venti persone, e nessun proprietario che mi abbia richiamato per dirmi complimenti, lo studio è tuo.
se non si ha un garante francese e non si lavora, e in più si arriva a ottobre, ottenere un alloggio decente è praticamente impossibile. come ho già detto nell'ultimo post, se inoltre si è uomini e se non si è francesi, la situazione non fa che peggiorare.
ho visto di tutto: camere fatiscenti senz'ascensore al settimo piano di edifici stupendi (praticamente, il tipo di stanza offerto in un buon 40% degli annunci), e altre arredate all'ultima moda in palazzi che nemmeno il bronx, al piano terra su cortile interno, che devi accendere la luce anche a mezzogiorno perché non filtra nemmeno un raggio di sole; bagno in camera o in comune con altre dieci persone; con o senza lavandino, al centro e in periferia. ma tutte con una costante. si può avere quanti documenti si vuole e rockefeller come garante ma, finché non risiede in francia, si è fuori automaticamente dai giochi.
per descrivere in maniera esustiva l'ultimo periodo ci vorrebbe un libro, e sarebbe pieno di nervosismo, di delusione, di amarezza. il problema di parigi non sono i costi, se si è studenti. senza troppe difficoltà, uno studente francese può ottenere uno studio al centro di parigi a un prezzo che, con gli aiuti statali, si aggira attorno ai 350 euro. il problema è che quegli studio, uno che non ha garanti francesi, non li avrà mai, e sarà costretto alla periferia (o alla colocation, cioè a condividere una casa: soluzione che avrei apprezzato molto, ma che è impraticabile a ottobre, dal momento che non ci sono quasi annunci, e quei pochi che ci sono cercano ragazze). ho trovato perfino un tipo che mi ha chiesto di pagargli sei mesi di anticipo, in quanto straniero.
domani, se tutto va bene, e grazie a un provvidenziale sacrificio di mio padre, firmerò il contratto che mi renderà affittuario di un piccolo studio all'ottavo piano di un bell'edificio nel 13esimo arrondissement. bagno in comune, niente armadi. "questo studio non è pensato per cucinare, ma qualcosa si può fare", mi dice la proprietaria, e infatti c'è una minuscola piastra da campeggio, e nessuna traccia di lavelli né frigoriferi. ma c'è luce, e una doccia, e un tavolo e una sedia, e un letto, e si vedono la cupola del pantheon e il sacré coeur in lontananza. starà a me renderlo un luogo abitabile, e perdio ci riuscirò, fosse l'ultima cosa che faccio.
quasi un mese di permanenza, quattro case cambiate, tra amici e conoscenti, e in una delle quali sono ancora.
una ventina di monolocali (in francese, studio) visti, a volte in coda con altre venti persone, e nessun proprietario che mi abbia richiamato per dirmi complimenti, lo studio è tuo.
se non si ha un garante francese e non si lavora, e in più si arriva a ottobre, ottenere un alloggio decente è praticamente impossibile. come ho già detto nell'ultimo post, se inoltre si è uomini e se non si è francesi, la situazione non fa che peggiorare.
ho visto di tutto: camere fatiscenti senz'ascensore al settimo piano di edifici stupendi (praticamente, il tipo di stanza offerto in un buon 40% degli annunci), e altre arredate all'ultima moda in palazzi che nemmeno il bronx, al piano terra su cortile interno, che devi accendere la luce anche a mezzogiorno perché non filtra nemmeno un raggio di sole; bagno in camera o in comune con altre dieci persone; con o senza lavandino, al centro e in periferia. ma tutte con una costante. si può avere quanti documenti si vuole e rockefeller come garante ma, finché non risiede in francia, si è fuori automaticamente dai giochi.
per descrivere in maniera esustiva l'ultimo periodo ci vorrebbe un libro, e sarebbe pieno di nervosismo, di delusione, di amarezza. il problema di parigi non sono i costi, se si è studenti. senza troppe difficoltà, uno studente francese può ottenere uno studio al centro di parigi a un prezzo che, con gli aiuti statali, si aggira attorno ai 350 euro. il problema è che quegli studio, uno che non ha garanti francesi, non li avrà mai, e sarà costretto alla periferia (o alla colocation, cioè a condividere una casa: soluzione che avrei apprezzato molto, ma che è impraticabile a ottobre, dal momento che non ci sono quasi annunci, e quei pochi che ci sono cercano ragazze). ho trovato perfino un tipo che mi ha chiesto di pagargli sei mesi di anticipo, in quanto straniero.
domani, se tutto va bene, e grazie a un provvidenziale sacrificio di mio padre, firmerò il contratto che mi renderà affittuario di un piccolo studio all'ottavo piano di un bell'edificio nel 13esimo arrondissement. bagno in comune, niente armadi. "questo studio non è pensato per cucinare, ma qualcosa si può fare", mi dice la proprietaria, e infatti c'è una minuscola piastra da campeggio, e nessuna traccia di lavelli né frigoriferi. ma c'è luce, e una doccia, e un tavolo e una sedia, e un letto, e si vedono la cupola del pantheon e il sacré coeur in lontananza. starà a me renderlo un luogo abitabile, e perdio ci riuscirò, fosse l'ultima cosa che faccio.
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jeudi 15 octobre 2009
cercare casa a parigi
trascorrere le proprie notti avvolti in un sacco a pelo (grazie, ale, thor te ne renda merito) su un materassino da palestra adagiato su cartoni ikea, che a loro volta ricoprono un pavimento di mattonelle di ceramica, non è certamente l'ideale per lasciarsi andare a qualunque altro pensiero esuli dalla missione: "trovare casa". ma, non avendo a disposizione libri da leggere, inganno il tempo raccontandovi cosa significhi cercare casa a parigi. mi sono ripromesso di essere breve, dal momento che i post troppo lunghi non vengono letti fino in fondo, o non vengono letti affatto.
trovare casa a parigi ad autunno iniziato è complicato. gli studenti sono arrivati a settembre o agosto, e non restano molti annunci; quelli che ci sono si dividono tra gli annunci su siti a pagamento e annunci gratuiti. segnatamente, per gli annunci gratuiti, che sono quelli a cui mi rivolgo (agenzie nemmeno a parlarne, dopo l'esperienza negativissima di montpellier), esistono tre grossi siti internet:
www.kijiji.fr
www.pap.fr
www.vivastreet.fr
il primo è il più completo, utile sia se si è alla ricerca di studio (cioè, monolocali), sia per le colocation (cioè, i coinquilinaggi). bisogna però fare attenzione ai molti tentativi di truffa presenti, che di solito si presentano sotto forma di proprietari di case che dicono di essere all'estero, mostrano negli annunci foto di case della madonna, offrono un prezzo infimo, e chiedono di dare un deposito assegnato a loro o a presunti avvocati o agenti finanziari: deposito che, dicono, sarà recuperato in caso l'appartamento non dovessere piacere. falso.
il secondo è il miglior sito per gli alloggi offerti da privati, ma non è un granché per le colocation.
il terzo è un pot-pourri di annunci, tra i quali anche quelli immobiliari. meno completo dei primi due, resta comunque abbastanza valido, se proprio non trovate nulla né su kijiji né su pap.
poi c'è una pletora di siti a pagamento, tra i quali appartager.com, location-etudiant.fr, colocation.fr, ecc., ma di quelli non vi parlerò.
da giorni cerco casa, e ancora non ne ho trovata una, per le seguenti due ragioni:
1) donna chiama donna. i proprietari di casa sono, per la mia piccola esperienza, quasi sempre donne. quindi scelgono altre donne, per cameratismo femminile e per il dogma della pulizia.
2) il dogma del garante francese. non ho garanti francesi. non è obbligatorio averne, secondo la legge, ma alla fine è il proprietario che decide e, tra uno che ha un garante francese e un altro che ne ha uno italiano, prende il primo.
sulle proprietarie di casa si potrebbe scrivere un trattato di antropologia. mi sono capitate, ad esempio:
1) la giornalista borghesuccia ciociara pittata - non truccata - alla moira orfei, che dice che napoli è peggiorata "perché negli ultimi tempi si è riempita di negri".
2) la fondamentalista cattolica, che ha esordito dicendo che la francia è un paese cattolico - se sapesse perché sono qui... -, l'italia anche, e quindi ci si ama e ci si aiuta. mi chiede se sono cattolico. dico di no. dice "ma i tuoi lo sono, no?" dico sì. dice "non ti preoccupare, la fede tornerà". poi si alza e barcolla fino alla porta urtando l'urtabile come dopo decine di cicchetti al bar. e domanda in continuazione se mi piace la casa, e m'invita a passare i weekend da lei a fontainbleu, e dice che ha studiato latino e che lei si sente romana.
poi c'è il trucco degli immobili haussmaniani: residenze signorili, bellissime, della metà del xix secolo, in luoghi molto à la page della città, di sei o sette piani e mansardati. ma gli ascensori non erano forse ancora stati inventati. per cui molti studio sono delle trappole al settimo o sesto piano senza ascensore, in cui solo reinhold messner riuscirebbe a vivere. immaginate di fare sette piani per scale rigorosamente a chiocciola e, giunti in cima, accorgervi di aver dimenticato il pane.
come si narra che il concetto di tempo sia ignoto al popolo hopi (credenza comunque molto dubbia e di sapore whorfiano), così si potrebbe dire che il concetto di spazio, a parigi, sia molto diverso, per esempio, da quello di barcellona o napoli. nel mio studentato a stoccolma avevo una stanza più grande di diversi studio che ho visto qui. nello studio al sesto senz'ascensore e mansardato, il cucinino era talmente attaccato al muro (che, nelle mansarde, ha un lato obliquo) da non permettere di cucinare senza chinare la testa di lato (vedi foto sotto). e cucinare cosa, poi? dal momento che non c'è un forno, e a volte manca perfino un microonde, e due piastre elettriche prendono il posto di quelle a gas? ma i francesi che vivono da soli cosa mangiano?
nella prossima puntata, "io dormo nel salotto e tu per andare in bagno devi passare dalla mia stanza".
trovare casa a parigi ad autunno iniziato è complicato. gli studenti sono arrivati a settembre o agosto, e non restano molti annunci; quelli che ci sono si dividono tra gli annunci su siti a pagamento e annunci gratuiti. segnatamente, per gli annunci gratuiti, che sono quelli a cui mi rivolgo (agenzie nemmeno a parlarne, dopo l'esperienza negativissima di montpellier), esistono tre grossi siti internet:
www.kijiji.fr
www.pap.fr
www.vivastreet.fr
il primo è il più completo, utile sia se si è alla ricerca di studio (cioè, monolocali), sia per le colocation (cioè, i coinquilinaggi). bisogna però fare attenzione ai molti tentativi di truffa presenti, che di solito si presentano sotto forma di proprietari di case che dicono di essere all'estero, mostrano negli annunci foto di case della madonna, offrono un prezzo infimo, e chiedono di dare un deposito assegnato a loro o a presunti avvocati o agenti finanziari: deposito che, dicono, sarà recuperato in caso l'appartamento non dovessere piacere. falso.
il secondo è il miglior sito per gli alloggi offerti da privati, ma non è un granché per le colocation.
il terzo è un pot-pourri di annunci, tra i quali anche quelli immobiliari. meno completo dei primi due, resta comunque abbastanza valido, se proprio non trovate nulla né su kijiji né su pap.
poi c'è una pletora di siti a pagamento, tra i quali appartager.com, location-etudiant.fr, colocation.fr, ecc., ma di quelli non vi parlerò.
da giorni cerco casa, e ancora non ne ho trovata una, per le seguenti due ragioni:
1) donna chiama donna. i proprietari di casa sono, per la mia piccola esperienza, quasi sempre donne. quindi scelgono altre donne, per cameratismo femminile e per il dogma della pulizia.
2) il dogma del garante francese. non ho garanti francesi. non è obbligatorio averne, secondo la legge, ma alla fine è il proprietario che decide e, tra uno che ha un garante francese e un altro che ne ha uno italiano, prende il primo.
sulle proprietarie di casa si potrebbe scrivere un trattato di antropologia. mi sono capitate, ad esempio:
1) la giornalista borghesuccia ciociara pittata - non truccata - alla moira orfei, che dice che napoli è peggiorata "perché negli ultimi tempi si è riempita di negri".
2) la fondamentalista cattolica, che ha esordito dicendo che la francia è un paese cattolico - se sapesse perché sono qui... -, l'italia anche, e quindi ci si ama e ci si aiuta. mi chiede se sono cattolico. dico di no. dice "ma i tuoi lo sono, no?" dico sì. dice "non ti preoccupare, la fede tornerà". poi si alza e barcolla fino alla porta urtando l'urtabile come dopo decine di cicchetti al bar. e domanda in continuazione se mi piace la casa, e m'invita a passare i weekend da lei a fontainbleu, e dice che ha studiato latino e che lei si sente romana.
poi c'è il trucco degli immobili haussmaniani: residenze signorili, bellissime, della metà del xix secolo, in luoghi molto à la page della città, di sei o sette piani e mansardati. ma gli ascensori non erano forse ancora stati inventati. per cui molti studio sono delle trappole al settimo o sesto piano senza ascensore, in cui solo reinhold messner riuscirebbe a vivere. immaginate di fare sette piani per scale rigorosamente a chiocciola e, giunti in cima, accorgervi di aver dimenticato il pane.
come si narra che il concetto di tempo sia ignoto al popolo hopi (credenza comunque molto dubbia e di sapore whorfiano), così si potrebbe dire che il concetto di spazio, a parigi, sia molto diverso, per esempio, da quello di barcellona o napoli. nel mio studentato a stoccolma avevo una stanza più grande di diversi studio che ho visto qui. nello studio al sesto senz'ascensore e mansardato, il cucinino era talmente attaccato al muro (che, nelle mansarde, ha un lato obliquo) da non permettere di cucinare senza chinare la testa di lato (vedi foto sotto). e cucinare cosa, poi? dal momento che non c'è un forno, e a volte manca perfino un microonde, e due piastre elettriche prendono il posto di quelle a gas? ma i francesi che vivono da soli cosa mangiano?
nella prossima puntata, "io dormo nel salotto e tu per andare in bagno devi passare dalla mia stanza".
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dimanche 4 octobre 2009
nuit blanche

è strano poter fare paragoni a un anno di distanza in una città in cui non si è vissuto che per quattro mesi in totale. anche l'anno scorso, di questi tempi, ero a parigi; anche l'anno scorso ero in partenza; anche l'anno scorso non avevo nessuna voglia di partire, e anche l'anno scorso mi ero iscritto a un master in filosofia della scienza per poi lasciarlo dopo qualche giorno con molti rimpianti. rispetto all'anno scorso, però, la mia lista di futuri possibili è molto meno variegata. dicono che dagli errori s'impara, dicono che la storia non si ripete. a me invece si ripete e non imparo neppure.
sia come sia, anche l'anno scorso ho vissuto la notte bianca a parigi. e anche l'anno scorso ne sono stato deluso. il concetto di notte bianca, forse, non si adatta molto a questa città, benché sia stata proprio parigi a lanciarlo per la prima volta. di allestimenti ce ne sono per tutti i gusti, il programma della notte conta cinquanta pagine. e quasi nessuna di quelle pagine include avvenimenti musicali. infatti durante la notte bianca parigina la prima cosa che si nota, rispetto per esempio a roma, è il silenzio. si punta molto sulle applicazioni della tecnica all'arte del paesaggio: si dispongono totem di cubi luminosi su uno dei ponti sulla senna; decine di lampade da scrivania infisse nell'erba di un parco, ai lati di un ruscello; luci rosse, blu e bianche sotto lo specchio d'acqua di un laghetto artificiale, che si accendono a intermittenza; centinaia di ombrelli rossi aperti sul prato, un moderno campo di papaveri. ma non un suono. l'anno scorso ebbi la stessa sensazione, e sì che alcuni allestimenti prevedevano la presenza di un sottofondo musicale. ma poco, troppo poco. almeno, quest'anno, il vento è stato clemente (l'anno scorso finii a bere vin brulé in un bar del quartier latin, per il freddo).
a dire il vero, una cosa carina c'è, ed è un campetto di calcio a cinque, con un inedito design a montagnole, ideato da un'artista costaricana con l'evidente scopo di combattere il fenomeno della sovrappopolazione.

con alcuni amici diamo inizio alla ricerca di un'ipotetica barca in bottiglia, che avrebbe dovuto verosimilmente trovarsi ormeggiata sulle rive del canal d'ourq, e di cui invece non c'è traccia: esaminando meglio il foglietto illustrativo dell'allestimento, capiamo che deve trattarsi di un fotomontaggio. tentiamo allora di entrare all'atelier-bar-discoteca le point ephémère, di cui ricorre l'anniversario proprio in corrispondenza della notte bianca. ma forse i gestori non se ne sono accorti, perché alle tre è già chiuso. notte bianca... mmah...
ma non si andava avanti fino al mattino? ricordo una notte bianca romana, nel 2003, con spettacoli ovunque, musica, gente in piazza, locali aperti, concerti all'alba, ritorno in treno spossati e addormentati. mi sembrano passati secoli.
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